Del Palazzo governativo resta solo lo scheletro
Cornelia I. Toelgyes
1° aprile 2025
“Ritorneremo a Khartoum con maggiore determinazione”, ha promesso Mohamed Hamdane Dagalo, meglio noto come Hemetti, capo delle Rapid Support Forces, dopo aver ammesso di aver perso il controllo della capitale del Sudan.
Ma Khartoum è ormai una città irriconoscibile. Dopo giorni e giorni di combattimenti, ora regna un silenzio spettrale. Il centro della metropoli, un tempo il cuore commerciale del Paese e sede del governo, è distrutto, parzialmente in cenere e gran parte dei suoi abitanti è fuggito sin dall’inizio del conflitto.
Mercoledì scorso, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, aveva dichiarato che le forze armate (SAF) avevano liberato Khartoum. Anche aeroporto (in pieno centro nella parte nuova della città) era stato riconquistato. Per la prima volta, dopo quasi due anni di guerra, il leader del Sudan, si è rivolto alla nazione dal palazzo presidenziale della capitale.
La presidenza e il governo si erano trasferiti provvisoriamente a Port Sudan, sulla costa del Mar Rosso, uno dei pochi centri risparmiati dalla devastante guerra iniziata il 15 aprile del 2023 tra RFS e SAF.
Al-Burhan ha puntualizzato sabato che non intende avviare trattative con le RSF per porre fine al conflitto: terminerà quando Hemetti e i suoi uomini deporranno le armi. Ha poi promesso alla popolazione che le forze armate continueranno a combattere finché i paramilitari non saranno sconfitti.
A quanto pare, almeno per ora, nessuna delle parti sembra essere pronto per negoziati, per risolvere il sanguinoso conflitto interno, costato la vita a decine di migliaia di persone, e costretto alla fuga di oltre 11 milioni di sudanesi. Oltre 8 milioni sono sfollati, mentre più di 3 milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi per sfuggire alle atrocità commesse da entrambe le fazioni coinvolte.
L’aeroporto di Khartoum il 30 marzo
Sia sfollati, sia profughi vivono in condizione più che precarie nei campi a loro destinati, per mancanza di cibo, assistenza sanitaria e quant’altro.
E in Libia, dove si trovano oltre 200mila sudanesi, la situazione è terribile. Secondo un rapporto dello scorso gennaio stilato dall’UNHCR con la collaborazione dell’Organizzazione Mondiale contro la Tortura (OMCT) nella ex colonia italiana i sudanesi subiscono vessazioni di ogni genere. Chi proviene dall’ex protettorato anglo-egiziano, specie se sprovvisto di documenti d’identità, è soggetto a arresti arbitrari, estorsioni, traffico di esseri umani, torture, discriminazioni razziali e non di rado le donne subiscono violenze sessuali.
Nel sud e nell’est della Libia, zone controllate dalle forze armate LAAF (Libyan Arab Armed Forces) di Haftar, alleato di Hemetti, i sudanesi rischiano di essere consegnati alle RSF e costretti a ritornare nel loro Paese sempre in fiamme.
Intanto la guerra continua. Qualche giorno fa i paramilitari hanno nuovamente bombardato Al-Fashir, capoluogo del Darfur settentrionale, uccidendo 9 civili e ferendo altri 17. Altri attacchi sono stati registrati nel Nord Kordofan.
Il sanguinoso conflitto non solo ha distrutto il presente e il futuro dei sudanesi, ma ha spazzato via anche gran parte della storia di questo immenso Paese. Le sale del Museo nazionale di Khartoum sono praticamente vuote. Reperti storici, statue, migliaia di manufatti di inestimabile valore dei Regni di Kush e della Nubia sono spariti.
Già nel giugno 2023, quando i paramilitari si erano impossessati dell’edificio, si era temuto il peggio. Allora il vicedirettore del Museo, Ikhlas Abdellatif, aveva riferito che il personale aveva cessato qualsiasi attività con l’occupazione delle RSF. Un anno dopo sono poi apparse immagini satellitari con camion che si allontanavano con il loro carico di tesori antichi.
Il furto non riguarda solo gli oggetti esposti al pubblico, ma anche quelli custoditi all’interno di una stanza blindata, tra cui l’oro.
Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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