Nella prima puntata è stata raccontata la storia
dei primi momenti del post Gheddafi,
fino alla morte del figlio ventinovenne del rais, Khamis
Nella seconda puntata sono stati affrontati i problemi relativi
al controllo dei campi petroliferi
Nostro Servizio Particolare
Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
Le forze governative non riescono a controllare il fenomeno e, oltre ai cristiani, hanno abbandonato il Paese anche gli occidentali, sia cittadini normali che impiegati presso le ambasciate. Inoltre, gli immigrati irregolari cadono nella rete dei trafficanti di esseri umani o in quella delle bande criminali che approfittano del vuoto di potere, ma anche della grave scarsità di carburante nella città di Tripoli che rende tutto più complicato.
Nella seconda metà del mese di agosto, la stampa locale riferisce che aerei non identificati hanno bombardato alcuni siti nei quartieri orientali della capitale, dove sono in corso violenti scontri fra le milizie di Zintan, che controllano l’aeroporto e che sono alleate dell’ex generale Khalifa Haftar, attivo a Bengasi, e quelle della tribù di Misurata, di orientamento islamico radicale.
La tv locale Libia Awalan riporta che gli aerei hanno bombardato diverse postazioni, anche se non si sono avute notizie di carattere ufficiale. Resta comunque misteriosa l’appartenenza dei veicoli e sembra che gli obiettivi
Khalifa Haftar è da diverse fonti ritenuto un uomo della Cia, liberato dagli americani nel 1987 dalla prigionia in Ciad, dove si trovava per la cosiddetta Guerra delle Toyota, e portato negli Stati Uniti fino al 2011, anno in cui è tornato a Bengasi per comandare la piazza durante la rivoluzione che ha deposto Gheddafi.
A rivendicare però l’operazione aerea è il generale dissidente Saqr Jarouchi, che dichiara pubblicamente: “I nostri aerei hanno effettuato i raid”. L’informazione è stata subito smentita dall’aviazione di Bengasi legata ad Haftar, dove si ribadsce che si tratta di aerei stranieri e non libici.
L’appello lanciato dalla Chiesa Cattolica è ancora più grave: sono 13.000 i lavoratori filippini cristiani intrappolati nel Paese e presi di mira dagli estremisti islamici (il 20 luglio 2014 è stato decapitato un operaio non mussulmano e dieci giorni dopo è stata rapita e violentata un’infermiera).
Padre Amado Baranquel, parroco della chiesa di Maria Immacolata a Tripoli, rivolge un drammatico appello al governo delle Filippine perchè intervenga il più rapidamente possibile e predisponga una partenza via mare. Ma la risposta ufficiale si limita ad ordinare ai propri connazionali di lasciare il Paese, anche se il segretario del ministero degli Esteri filippino, Albert del Rosario, promette il suo intervento per favorire la loro evacuazione.
La congregazione dell’Immacolata Concezione era arrivata a Tripoli nel 1911 e a Bengasi nel 2012. Per 103 anni ha operato ininterrottamente e nel bollettino in cui si da notizia dell’abbandono forzato della missione, le sorelle di Ivrea scrivono: “In Libia sono vissute suore sante, la cui vita, pur con tutti i limiti, è stata come luce del Vangelo in un luogo prettamente musulmano. Dai tabernacoli delle loro cappelle, tra i pochi rimasti aperti, Gesù copriva di benedizione l’intero Paese. Ora la sofferenza più grande per tutte noi è proprio l’aver chiuso questi tabernacoli e aver lasciato soli i cristiani, destinatari della missione evangelizzatrice in Libia”.
All’inizio del 2014, viene condotto un nuovo attacco contro il cimitero italiano di Tripoli, che causa la morte di una guardia e la devastazione di decine di tombe. Sventolando le bandiere verdi del regime di Gheddafi, gli uomini armati distruggono anche i documenti conservati nell’archivio e incendiato gli edifici dei guardiani. Un precedente assalto, compiuto sempre dai sostenitori di Gheddafi solo pochi giorni prima, non aveva fatto registrare danni ingenti grazie all’intervento della forze di sicurezza e alla reazione degli abitanti del quartiere di Mansoura.
Oltre che dalla capitale, le maggiori preoccupazioni vengono dalla città di Derna, la vera roccaforte jihadista. Altri due gruppi hanno fatto il loro ingresso sulla scena, entrambi della Cirenaica. Il primo, noto come “Jund Allah” (Esercito di Allah), ha minacciato di eliminare fisicamente attivisti, giornalisti, intellettuali, cristiani e funzionari della sicurezza, accusati di apostasia. Il secondo, chiamato “Consiglio della Shura dei Giovani Mussulmani”, ha preso il controllo della sede del Consiglio locale di Derna con l’intenzione di trasformarla in un tribunale della sharia.
Inoltre, si teme che proprio in Libia potrebbero essersi rifugiati i leader di importanti organizzazioni jihadiste regionali, come l’algerino Mokhtar Belmokhtar e il tunisino Abu Ayyad, leader di Ansar al Sharia in Tunisia, e attualmente ricercato nel suo Paese. Sono in stato di massima allerta anche i paesi confinanti, come la Tunisia, l’Algeria e l’Egitto.
Si aprono quindi scenari preoccupanti anche per la vicina Europa, nel caso che la Libia si trasformi in poco tempo in un nuovo hub jihadista in grado di richiamare mujaheddin da ogni Paese per partecipare a una nuova jihad, non solo contro i cristiani, ma anche contro le forze del generale Haftar e dell’occidente in generale. L’uccisione di cristiani, di religiosi e di appartenenti a minoranze etniche sembra avere nel Paese una lettura precisa, ovvero quella di ingenerare paura nei moderati ed un avvertimento ai nemici.
Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
3 – continua
Qui trovi la prima puntata del Dossier Libia: Un caos che viene da lontano
Qui trovi la seconda puntata del Dossier Libia: La lotta per le concessioni petrolifere
La prossima e quarta puntata: Il prezzo dei riscatti (93 milioni di dollari) foraggia i terroristi
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